“I want to run, I want to hide, I want to tear down the walls that hold me inside, I want to reach out and touch the flame…where the streets have no name”.
Quando ascoltavo queste note immortali, era il 1987, avevo solo quattordici anni e quello che ascoltavo era ciò che ascolto ancora oggi: la musica di un gruppo che ha accompagnato tutta la mia formazione, accarezzato ogni attimo di adolescenza, gioventù e tarda gioventù. Quella musica stupenda arrivava da Dublino, e nel microcosmo della mia camera sognavo, un giorno, di poter vedere quei luoghi, di poter toccare con mano e imprimere sulle mie cornee le immagini vive di una città e di quell’Irlanda così idealizzata. Ma a 14 anni le spalle erano ancora debolucce, il coraggio poco, a dispetto della baldanza apparente, e tante erano le cose che ritenevo di non poter fare, a prescindere: prendere un aereo, per esempio. Poi si cresce, si cambia tanto, a volte anche annullando i propri limiti, per crearne e superarne di nuovi, in un’eterna sfida verso il miglioramento di se stessi. Così, 21 anni dopo, quel sogno io l’ho realizzato e sono volato a Dublino, per vivere tre giorni a contatto con la città dei miei U2. Ho visto i loro luoghi, gli studi dove registrano, a Windmill Lane, l’hotel Clarence, del quale sono proprietari, le strade, i pub, il fiume Liffey, la zona del porto che ha fatto da teatro a tanti loro video. Con me c’era mia moglie Francesca, il mio orgoglio e il mio Tutto, la sola donna in grado di capire e assecondare i miei sogni, anche quelli più irriducibilmente adolescenziali. E, per parafrasare la canzone, sono riuscito a correre, ad abbattere i muri che mi portavo dentro, a toccare il fuoco…dove le strade non hanno nome. E neanche limiti.













E’ bello poter realizzare un sogno. Realizzarlo insieme a chi ami è semplicemente perfetto.